Pensiero del giorno

•‎In un momento della vita, al momento giusto, bisogna poter credere all'impossibile Christa T. - di Christa Wolf

martedì 9 marzo 2010

Istanbul tra Oriente e Nuova Europa... Nuovo Giro di Boa

Quando Istanbul ha cominciato a insinuarsi nei miei pensieri, stavo passeggiando per le strade del centro di Bologna insieme a Virginia, circa tre anni fa. Tra una chiacchera e una vetrina ci eravamo fermate a leggere un'offerta fuori da un'agenzia di viaggi,che parlava di Istanbul..una buona offerta, talmente buona che solo averla letta per caso e fugacemente durante una passeggiata, ci era sembrata un'occasione persa, un'occasione mancata. Da quel momento,ogni volta che immaginavo un viaggio, mi tornava in mente la Turchia, ma prima veniva sempre qualche altra capitale europea e chissà perchè... Sono convinta che i viaggi come le persone a volte vengano a cercarti da soli, quando arriva il momento. E che improvvisamente, quando meno te l'aspetti si palesa l'occasione giusta per fare il biglietto e partire, come una combinazione magica di eventi che invece quando cerchi in tutti i modi di realizzare non ce la fai mai. Istanbul ha fatto un passo alla volta nei miei desideri, rivelandosi ogni volta. Cosi come quando lessi la prima poesia di Nazim Hikmet, che nemmeno conoscevo come poeta. O quando rapita da Ozpetek ascoltavo Yasmine Sannino, in quell'eco ipnotizzante di melodie orientali che mi evocava un posto dalle Mille e una Notte. Ecco, ero appena tornata da uno dei viaggi della mia vita, uno di quelli tanto agognati, N.Y. L'impero dell'Occidente. Non ero ancora proiettata verso la prossima meta anche se già la immaginavo, e nemmeno a farlo apposta proprio la sera prima, avevo portato a Fuvlia il mio regalo di compleanno, un libro di poesie di Nazim Hikmet. Avevamo chiaccherato una serata intera di N.Y. e avevamo concluso parlando del libro, di Istanbul di un'altra città che desideravo vedere.Il giorno dopo, mentre stavo per chiudere il pc arriva una newsletter di una compagnia aerea con cui viaggio spesso, e solo a leggerne l'oggetto con il banner che lampeggiava sul mio desk mi si erano già illuminati gli occhi. Eccola Istanbul..stava venendo a me. Non ho resistito, ho chiamato Fulvia e ci siamo organizzate, dopo qalche giorno in questo viaggio eravamo in 12. Nemmeno il tempo di pensarlo. E io non stavo nella pelle, il giorno dopo del mio compeanno sarei partita, io le mie piu care amiche, il mio amico e socio fumettista e i pensieri pieni del vissuto intenso e soprendente delle ultime 48 ore. Su quell'aereo sembravamo una scolaresca in gita, la tipica cricca scalmanata che si siede agli ultimi posti dell'autobus per mettersi a fare danni liberamente, solo che noi eravamo su un aereo. L'adrenalina nell'aria era palpabile e profumata. Al nostro arrivo Istanbul non era assolata, e la prima immagine che ci portiamo dietro, è quella di noi sul pulmino che ci porta all'hotel in mezzo al traffico allucinante di una capitale tendenzialmente moderna ma non del tutto. I venditori di banane tra le macchine in fila per esempio..non si sono ancora evoluti vendendo i cd. Arriviamo scorgendo dal ponte di Galata il tramonto che cala sul bosforo, nelle prime ore della sera il richiamo del muezzin rimane un eco mistico ed evocativo che suona come una poesia di sottofondo tra i rumori dei clacson e della città. La prima sera seguo l'onda, un venerdi sera pieno di gente in giro. Mi colpisce che per le strade della città vecchia in un quartiere riqualificato, alcuni palazzi siano stati interamente adibiti a locali da intrattenimento. Tu entri nel portone e per ogni pianerottolo che sali c'è una sorta di open space con un locale diverso ad ogni piano. Questo è figo non c'è che dire. Cammini per strada e vedi gente che cena, chiacchera ride e balla sui balconi dei palazzi, poi entri dentro e ti sembra di stare in un grande centro sociale occupato. Istanbul è una città molto viva. Il giorno dopo arriviamo al Gran Bazar, eccola l'anima di Istanbul, in quel tripudio di colori, spezie, infusi, frutta secca, pesce, tappeti, argento, pelle e caffè venduto sfuso. Qui ci perdiamo, ciascuno rapito dalla sua curiosità. Io Gaia e Fulvia dopo un pò c'infiliamo in una moschea, mi levo le scarpe, ci copriamo i capelli ed entriamo in punta di piedi in questo meraviglioso luogo di preghiera. In cui ci sembra quasi di profanare il silenzio con il nostro stupore. Inutile dire che l' antica cisterna romana è stata, fra tutti i luoghi storici che ho visitato quello che mi ha regalato mistero e fascino. Un'opera del 500 d.C. scoperta solamente intorno al 1.800 che lascia senza parole come un incanto. Tappa obbligata dopo una giornata fredda e umida passata a visitare musei moschee e Topkapi è un sano lungo e rilassante Hammam. Cagaloglu Hamami, il piu antico della città. Quando usciamo fuori dagli spogliatoi con indosso il nostro striminzito pareo e bikini(nonostante ci fosse stato detto di uscire nude!) io le mie amichette ci infiliamo nel tepore dell'hammam quasi imbarazzate, ma appena cominciamo a rilassarci dmentichiamo le nostre nudità e ritorniamo bambine che giocano e donne che si confidano,in questo spazio tutto di genere femminile ci si sente protette, chiudere gli occhi e abbandonarsi ad un massaggio rilassante è un attimo di vero godimento... Ma la gloriosa Costantinopoli sta lasciando il posto alla nuova Europa, per le strade accanto ai chioschetti che vendono succo di melagrana e arancia rossa ad una lira, ci trovi inevitabilmente anche Sturbucks. Istanbul insegue l'occidente, a volte però, prendendo solo il peggio di ciò che abbiamo... Istanbul ha l'anima di una vecchia e sontuosa ancella del Sultano, crocevia di culture e religioni, una'odalisca stanca delle sue spezie e delle sue sete cangianti ... che cerca di comprarsi un'anima nuova da un occidente gia vecchio. Lascia una scia sottile questa nuova Istanbul..come uno sogno breve di cui ricordi poco...un profumo nella tua memoria che svanisce appena ti distrai.

martedì 19 gennaio 2010

Una volta di più a Parìs...

Ecco Parigi una volta di piu.. un viaggio inatteso in una città che forse in controtendenza con mezzo mondo non ho mai amato. Ma questa volta l'ho riscoperta da la Ile de S.Louis, nel cuore della città vecchia...e li Parigi mi si è rivelata, raccontandomi un pò piu di sè. Parigi per me è sempre stata una donna bella e triste, una aristocratica decaduta con la nostalgia dei lustri andati, la sua Senna scivola grigia e placida lungo la città, il sole illumina di passaggio le sue vanità, il suo è il colore livido delle aurore invernali, il freddo è il suo profumo, ti stringe dentro il tuo paltò mentre cammini tra le pieghe delle sue mani. Ti ho riscoperta mentre riluttante,cercavo conferma del mio mancato incanto, ti ho scrutata, osservata e fotografata un passo dietro l'altro, mentre incrociavo gli sguardi dei tuoi parigini sempre un pò "invisibili", passanti e comparse senza colore di questa Parigi un pò schiva e un po snob. Approdo a Parigi che è gia sera, e quando esco dalla metro mi si apre lo scenario, Place du Chatelet scatta il primo frame. Il freddo m'investe, cammino lungo il ponte passando tra i chioschetti dei rigattieri di libri vecchi, cercanco di seguire la mappa della mia moleskine parigina. Ecco l'isola la Ile de la Citè, ancora un'isola dentro una città..fino a raggiungere la Ile de S.Louise. Attraverso il ponte trascinando la mia valigia e mi sorride un clochard che sta allestendo il suo teatrino, anche la musica è da bohemmienne, si Parìs fammi sentire la tua chanson cantami un pò il tuo Rugantino. E' notte e di notte le città che hanno fascino ti seducono sempre un pò, tra le vecchie strade di S.Louis mi lascio rapire dall'immaginazione, c'è poca gente, mi gusto i suoi vicoli, le sue botteghe tipiche, la drogheria del fois gras, il fornaio con le baguette e i croissant, la chocolaterie, la Fromagerie,i negozietti vintage e come in un film muto passeggio e osservo la gente che cena dentro le bressarie. Ceno a fromage e bordeoux, un clichè irrinunciabile con crepes al cioccolato inclusa. E dopo mi godo il mio sigaro davanti alla Senna che scorre...e sorrido quando ingoi il fumo del tuo primo sigaro che ti fà tossire... Va bene Parìs..per questa notte hai vinto tu,questo odioso freddo addosso, le tue luci che brillano da lontano,la tua Senna che scorre lenta,i tuoi clochard un pò chansonnier e un pò rivoluzionari..hanno sedotto anche me...solo per un istante solo per una notte e soltanto una volta.

lunedì 11 gennaio 2010

L'esercito degli invisibili

Gia nel mese di maggio 2009 i Carabineri del comando provinciale di Reggio Calabria erano riusciti a sgominare un'organizzazione criminale rosarnese dedita alla tratta degli schiavi, arrestando tre imprenditori agricoli che in concorso con due cittadini dell'Europa dell'Est, avevano messo in piedi una organizzazione che riduceva in schiavitù gli immigrati extracomunitari, quasi sempre di orgine africana, impiegandoli nella campagna di raccolta degli agrumi,inducendoli alla prostituzione, sfruttandoli, e favorendo l'immigrazione clandestina. Le indagini avevano portato alla luce le condizioni di miseria e precarietà in cui vivevano gran parte di questi extracomunitari, molti dei quali senza permesso di soggiorno, costretti a trovare rifugio nella prima baracca persa nella campagna rosarnese, o in capannoni in disuso dove dormivano su giacigli improvvisati, in mezzo alla sporcizia, senza servizi igienici, dove i bidoni per la raccolta delle arance venivano trasformati in vasche per raccogliere l'acqua piovana per lavarsi.Dove ogni etnia di provenienza formava gruppo a se, gli ivoriani con gli ivoriani, i senegalesi con i senegalesi,il ghetto nel ghetto, la differenza nella differenza.Ogni mattina prima dell'alba li vedevi camminare lungo il margine della strada provinciale del paese, in fila l'uno dietro l'altro diretti verso il punto di ritrovo dove sarebbe passato il caporale di turno per caricarli e portarli nei campi.Circa 25/28 euro era il salario per una giornata di 12 ore di lavoro, 5 dei quali trattenuti alla fonte dagli sfruttatori. Salario che probabilmente non veniva nemmeno corrisposto regolarmente. I loro documenti venivano trattenuti come mezzo di ricatto, bastava minacciarli di essere denunciati come clandestini per tenerli sotto vessazione.E poi seguivano le aggressioni, di notte ragazzacci in moto affiancavano il ribelle di turno che tornava a casa a piedi,dopo una giornata sui campi, e lo prendevano a sprangate,insultandolo, minacciandolo e fuggendo. Oppure,come è successo un paio di notti fa si spara a fuoco nel buio. E poi la storia si ripete, due di loro vengono feriti gravemente e si scatena la rivolta degli schiavi, scoppia la rabbia, s'infiammano gli animi, e in una notte Rosarno diventa il Far West.Perchè Saviano ha ragione, gli africani per ben tre volte in questo paese hanno dimostrato di avere il coraggio di ribellarsi alla criminalità organizzata, hanno avuto il coraggio di rischiare tutto in una notte ma hanno detto BASTA.Basta essere sfruttati, basta vivere senza dignità, basta essere vittime conniventi di un sistema "feudale" senza Stato.E' una guerra tra poveri in una regione da sempre in lotta con se stessa, l'anima nera e l'anima bianca, la gente onesta subisce l'onta di quella disonesta,la Calabria.."perche Dio ha inventato la Calabria!" imprecava qualche tempo fa Venditti sul palco di un concerto, e la gente applaudiva pure.Ecco, adesso questa vergogna chi ce la leva piu, la vergogna di avere tra noi bestie che trattano un immigrato come uno schiavo! La vergogna di una regione i cui figli sono emigranti da un secolo,emigranti ancora oggi, "emigrata" io stessa che ho 30 anni, e che quando leggo queste notizie mi assale la rabbia,impreco contro quella feccia umana che inquina questa regione, rinnegherei la mia terra, perche mi vergogno, mi mortifica pensare che tutti quelli come me, come i miei genitori, come i miei amici che vivono giu subiscano l'onta di questa ingiustizia. Senza averla nemmeno minimamente mai voluta e mai omessa, MAI .Ma la verità è un'altra, la verità è che la storia dello sfruttamento degli immigrati nella raccolta della arance è vecchia come il gioco di padre Cuccuzzaro, perchè l'economia agricola della piana di Gioia Tauro è in crisi da oltre un decennio, già solo nel 2000 Sciuscià realizzò una puntata sulla crisi delle arance a Rosarno denominata un tempo la capitale dei giardini, per la bellezza dei suoi agrumeti. Mettendo in luce le truffe ai finanziamenti europei, i tagli che la stessa Europa aveva operato sulle compensazioni per le arance al macero, e la concorrenza gia al tempo insostenibile, sui nostri mercati delle arance importate dalla Spagna e dal nord Africa e vendute a basso costo, ma tanto cosa importa la qualità.Ecco come si arriva a fare la guerra tra poveri, ecco come la disperazione diventa l'espediente del debole per prevaricare il piu debole, ecco cosa succede a vivere sotto l'indifferenza dello Stato che è pronto a far parate istituzionali sempre dopo che il morto c'è gia stato, che minaccia misure di sicurezza e provvedimenti d'urgenza, che minaccia di mandare l'esercito come se servisse a qualcosa quando poi lo Stato è malato nelle sue stesse istituzioni.Se affonda la punta dello Stivale affonda tutto il Paese ma questa forse sembra una previsione troppo lontana per considerarla allarmante.

giovedì 26 novembre 2009

Lettere dal Carcere a Munevvèr. Nazim Hikmet


In questa notte d'autunno sono pieno delle tue parole,

parole eterne come il tempo

come la materia parole pesanti come la mano scintillanti
come le stelle.

Dalla tua testa dalla tua carne dal tuo cuore

mi sono giunte le tue parole le tue parole
cariche di te le

tue parole,

madre le tue parole,

amore le tue parole, amica.

Erano tristi,

amare erano allegre,

piene di speranza erano coraggiose,

eroiche le tue parole erano uomini.

sabato 21 novembre 2009

Corriere della Sera, 14 novembre 1974 di Pier Paolo Pasolini

Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti. Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum". Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli. Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari. Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile. Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974. Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale. Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi. Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere. Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche. Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro. Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo. La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto. L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento. Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire. Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana. E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista. Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi. Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori).
Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.
Pier Paolo Pasolini.

lunedì 9 novembre 2009

"Peccatori" Fatti e Omissioni della politica italiana.Intervista ad Antonello Caporale

Antonello Caporale, storica firma di Repubblica, ideatore ed autore delle interviste “Senza Rete” pubblica il suo primo libro Senza Ciurme-Incontri straordinari sul barcone della politica nel 2006, volume in cui vengono raccolte tutte le sue interviste politiche.Nel 2007 continua la sua avventura di scrittore e saggista politico pubblicando Impuniti edito dalla Baldini Castoldi Dalai Editore, il primo libro in cui denuncia il sistema politico italiano incapace e sprecone.Il 2008 vede la pubblicazione di Mediocri , lucida analisi di una classe politica definita incapace e mediocre ma intoccabile, mediocri ma comunque primi della classe. Il potere delle stanze chiuse, le lobbiy italiane dove il talento pesa meno della giusta rete di relazioni.Con Peccatori, Caporale racconta fatti e omissioni del bel paese, indaga sul malcostume diventato un clichè quasi unanimamente tollerato. Italiani allo specchio in una società senza più dubbio critico, dove furbizia e gossip scandiscono le rassegne stampa dei tg, e occupano i titoli principali dei quotidiani nazionali, raccontando il costume e l’evoluzione di una società che vista dall’alto sembra un circo. IlBlogdiManu: Caporale, non c’è affezionato lettore di Repubblica che non conosca la Sua penna, sagace e pungente come quella del Cirano di Guccini. Ecco come Cirano in questo libro, ancora una volta stigmatizza il malcostume dei politici rampanti, portaborse, ruffiani e mezze calze.Peccatori è l’ epilogo narrativo di un filone saggistico cominciato nel 2007 con Impuniti e proseguito l’anno successivo con la pubblicazione di Mediocri? E’ l’apologia della decadenza morale italiana?A.Caporale: E' il segno di questo nostro cattivo tempo, è l'indice puntato contro l'Italietta, è indagata la responsabilità di ciascuno di noi. Noi non siamo sempre innocenti, spesso anzi collusi;IlBlogdiManu: Molti si chiedono se sia davvero stato il berlusconismo ad aver inficiato in maniera così perniciosa il livello morale di questo paese o se semplicemente, Berlusconi faccia alla luce del sole quello che tutti, sinistra inclusa, hanno sempre fatto tramando sottobanco? A.Caporale: Berlusconi conosce gli italiani meglio di chiunque altri. Li anticipa, funge da modello, sa sintonizzarsi. Conosce le virtù ma soprattutto i nostri vizi.IlBlogdiManu: Stiamo scivolando nel baratro o abbiamo già toccato il fondo, c’è un fondo?... Qual è il suo punto di vista sul futuro politico di questo paese?A.Caporale: Il fondo, come noi scopriamo sempre più, non ha fondo...IlBlogdiManu: Chi sono secondo Lei i Peccatori del PD? Che cosa ha fatto smarrire la bussola anche alla sinistra moralista di sempre ?A.Caporale: Gaber diceva: Non temo Berlusconi in sè. Temo Berlusconi in me. Il modello ha creato anche altrove, e persino nel Pd, forse inconsapevolmente, l'opportunità di emularlo.IlBlogdiManu: Esiste l’ombra di un Obama in Italia, o in questo paese non ne abbiamo bisogno?A.Caporale: Obama? L'Italia è il Paese dei mediocri. In Italia si vive attraverso le reti: tirano i fili in pochi. Si sale soltanto se si ha il biglietto in mano. Il biglietto del club, della cordata. Cordata, da corda: chi ha il permesso vi si aggrappa.IlBlogdiManu: Se come sottolinea nel suo libro, alla fine troviamo tutti il modo di farci perdonare, quale sarà la nostra redenzione? A.Caporale: Non troviamo il modo del perdono. Abbiamo semplicemente smarrito il senso del peccato. Il peccato, che qui bisogna venga letto come responsabilità individuale, semplicemente non esiste più. Ogni mio peccato è compensato dal tuo.
Tutti peccatori e nessun responsabile...

venerdì 29 maggio 2009

"La Danza della Realtà" di Alejandro Jodorowsky

Per chi ancora non avesse mai letto Alejandro Jodorowsky "La Danza della Realtà" edito da Feltrinelli è senza dubbio l’opera più completa. Nonostante sia difficile riassumere il pensiero di Jodorowsky in una sola sua opera letteraria, questo libro è senz’altro un viaggio dentro la vita di questo autore, scrittore, attore, regista e ricercatore, che scandisce la sua esistenza in un tempo immenso. Ricercatore di verità, filosofo, aspirante sciamano, artista eclettico, ha sempre avuto uno sguardo parallelo all’esoterico sulle cose della vita, una particolare sensibilità verso il paranormale dovuta forse all’infanzia difficile passata a compiacere un padre rigoroso legato alle sue origini russe e prigioniero delle sue insicurezze, o forse, agli incontri che il destino gli riserva e che lo porteranno ad evadere, a sentire un’inesauribile sete di sapere, di conoscere e di esperire. Il suo primo incontro con la poesia divenne il filo conduttore di tutta la sua vita, dal Cile decise di trasferirsi a Parigi dove prese parte al movimento surrealista e divenne grande ammiratore di Andrè Breton, successivamente fondò con Fernando Arrabal e Roland Topor il movimento del teatro panico. La sua esistenza è una parabola ascendente, gli incontri che la costellano sono tasselli di un mosaico ancora incompleto, lo studio dei tarocchi, il taoismo zen, la sciamana Pachita, il teatro panico, il suo rapporto con la religione, i viaggi e la regia, sono tutti elementi di infinite storie nella storia. Dopo esser stato assistente per diverso tempo di Marcel Marceau, fu autore di molte piéce teatrali, fra queste lo resero celebre La montagna Sacra e SantaSangre, ma fu anche fumettista per Moebius. Difficile racchiudere Jodorowsky in una sola definizione, la sua Psicomagia questa sorta di filosofia guaritrice che inventò dopo aver seguito per anni durante gli anni 60 la sciamana Pachita, guaritrice messicana, prende spunto anche dal surrealismo, è un linguaggio artistico che utilizza simboli inconsci, l’atto psicomagico che suggerisce ai suoi interlocutori è in realtà un gesto poetico in apparenza illogico, ma di dirompente impatto emotivo. In questo libro racconta di quando si rivolse a lui per essere guarito dalla depressione attraverso la psicomagia un grande attore italiano, di cui Jodorowsky non svela il nome, ma nella breve descrizione che ne fà è facile intuire la figura del grande Vittorio Gassman, il quale si rifiutò di eseguire l’atto psicomagico alla lettera per come Jodorowskj suggeriva, e questo rifiuto divenne la rivelazione stessa della natura della sua depressione, la sofferenza scatenata dall’essere prigioniero di una etichetta, di un nome, il suo. E’ seducente pagina dopo pagina, lasciarsi assorbire dai suoi racconti di vita, dalla sua analisi introspettiva che lo porta con avida curiosità a ricercare il senso delle proprie azioni, anche il più scettico razionalista non potrà fare a meno di scavare dentro questo libro fino alla fine, affascinato da come Jodoroswky leghi gli accadimenti della sua vita ad un fatalismo illuminato distante da una visione semplicemente religiosa, semmai quasi apparentemente in contraddizione con essa, ma senza discostarsene mai veramente.
E’ un’autobiografia che si legge come un romanzo ma che di romanzato non ha nulla.