Pensiero del giorno

•‎In un momento della vita, al momento giusto, bisogna poter credere all'impossibile Christa T. - di Christa Wolf

venerdì 1 luglio 2011

La Berlusconeide di Indro Montanelli

Del duello tra uno dei più grandi giornalisti e scrittori del nostro tempo, Indro Montanelli e il Caimano, si è detto tanto. A volte, anche, con poca cognizione di causa. Oggi, quello che fu il rapporto tra due simboli della questione di fondo che agita questo paese da quasi vent’anni, il conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi, è narrato in un volume che raccoglie i migliori articoli, corsivi ed editoriali che il grande Indro Montanelli scrisse, disquisendo di Berlusconi e del suo battesimo politico. Il titolo emblematico del libro, Ve lo avevo detto, dice tutto.

Quasi un monito, che dalla foto scelta per la copertina del libro, il giornalista lancia con il suo sguardo fermo e profondo di sempre sul tempo che viveva. Quel sodalizio che divenne un epico duello viene raccontato fin dalle sue origini. Berlusconi quando conobbe Montanelli, era solo un giovane e rampante imprenditore, che si offrì di salvare finanziariamente, il Giornale, il quotidiano in crisi, fondato dal giornalista. Quando l’imprenditore, in una fase politica di grande scombussolamento quale fu tangentopoli, decise di entrare in politica, chiese a Montanelli di mettersi al suo servizio. Da allora, il loro rapporto, divenne uno scontro senza precedenti. L’indipendenza dell’informazione e la libertà di stampa, per Indro Montanelli non avevano prezzo. Il libro traccia il filo di quel romanzo, che realisticamente oggi potrebbe definirsi una soap-opera infinita e a tratti tristemente tragicomica, definita la Berlusconeide.

Un episodio fra tanti, racconta l’ingannevolezza mendace del personaggio Berlusconi, «Silvio soffrì moltissimo per la morte del padre. Lo vidi piangere come una vite tagliata, e quella volta erano lacrime vere. Qualche giorno dopo, parlando di lui, mi disse: “D’ora in poi mio padre sei tu”. Mi chiedo a quanti altri lo aveva già detto o stava per dirlo. Ma sono arciconvinto che a tutti lo diceva con la stessa assoluta sincerità. Ecco perché mi fa tanto male vederlo sul video con quel sorriso fasullo, quasi un ghigno, che non ricorda neanche di lontano la bella risata fresca e squillante del Silvio di Arcore, non ancora Cavaliere. Quante bugie mi diceva anche allora. Ma come volergliene? Erano le sue chansons de geste, qualcosa di mezzo fra I tre moschettieri e Il barone di Münchausen, senza nessuna pretesa di credibilità. Ora le presenta come un programma di governo...». Un libro che occorrerebbe regalare a tutti i "berluscones" agguerriti, che ancora lo osannano. Un libro, da rileggere più volte. Perché il giornalismo italiano così come lo praticava Indro Montanelli, è cosa sempre più rara da trovare.

Manuela Caserta

Pubblicato su Il futurista online 01 luglio 2011

martedì 21 giugno 2011

When You're Strange. La leggenda di Jim Morrison

Dopo il Sundance festival del 2009, arriva anche in Italia il docu-film su Jim Morrison che ha vinto un grammy awards il 13 febbraio 2011, nella categoria Best Long Form Music video. When You're Strange debutterà nei cinema italiani oggi, mentre il canale Studio Universal lo trasmetterà sul digitale terrestre, con l'offerta Premium Gallery, il 3 luglio, esattamente a 40 anni di distanza dalla scomparsa del mito rock degli anni 60.

Ieri sera si è tenuta l'anteprima, presso la sala cinematografica The Space-Moderno di piazza della Repubblica a Roma. Durante la serata, il cantante Morgan ha tenuto un miniconcerto, suonando con la stessa chitarra che fu di Ray Manzarek, il celebre bassista dei Doors. Morgan è la voce narrante dell'edizione italiana di When You're Strange, ruolo che oltreoceano è stato ricoperto da Jhonny Deep. Del mito dei Doors, Morgan dice: «era una macchina sempre in moto, una vera stella, un grande fuoco che brucia dentro, ed è contagioso. Un limite oltre cui non si riesce a passare, in quei pochi anni hanno prodotto tanto, con forza, intelligenza e intensità mentre una persona normale ce ne metterebbe 60 di anni». Il docu-film che, è stato accolto con grande entusiasmo in numerosi festival internazionali, è ricco di materiale ufficiale reperito in rete, foto e interviste, ricostruito sapientemente in un collage, da cui emerge il ritratto dell'artista e dell'uomo.

La pellicola, incentrata principalmente sulla figura di Jim Morrison, racconta la vita intensa e dannata del cantante che, ancora giovanissimo, è stato il protagonista assoluto di un successo folgorante, finito poi drammaticamente in una vita spericolata. Il docu-film di Tom DiCillo, in fondo, non ci racconta molto di più, di quello che già youtube e twitter ci avevano fatto scoprire sui Doors e Jim Morrison. Il "poeta del sesso e della morte", come veniva definito, diventa l'assoluto protagonista, di tutta la visione che il regista ci riporta, sulla vita della celebre band. I suoi musicisti Manzarek, Krieger e Densmore, nella pellicola, pure fondamentali al successo dell'intera band, si stagliano sullo sfondo di una scena secondaria, rispetto alla vita dell'angelo dannato. I Doors esplodono negli anni 60, la band è formata da ex compagni d'università, che suonano musica pop, suonando pezzi strumentali molto lunghi, erano gli anni della ribellione e i Doors riflettevano completamente il mito edonista dionisiaco. Morrison, il ruolo da bello e dannato però, lo incarna totalmente, vivrà intensamente e fugacemente tutta la sua breve vita, fino a quando il vortice di alcool e droghe, dal quale non riesce a uscire lo stroncherà a soli 27 anni. Quando arrivò la telefonata della morte di Morrison, i suoi stessi musicisti, quasi non ci credevano.

Non era la prima volta che si spargeva una voce del genere e Ray Manzarek, il bassista più vicino alla star, pensò addirittura che si trattasse di una grande farsa inventata da Morrison, per sparire dalla scena in grande stile. Ricorderà questa teoria, anche nel suo libro Poet and Exile, pubblicato negli anni 90. Ma la morte di Morrison, vera o presunta, ne fece una leggenda stampata nell'immaginario collettivo. E anche se i Doors, dopo la scomparsa del “Re Lucertola” continuarono a sfornare musica, non fu più la stessa cosa.

Manuela Caserta

Pubblicato su Il futurista online il 21 giugno 2011

venerdì 17 giugno 2011

IlBlogdiManu intervista a Lorenzo Calza

Lorenzo Calza, professione: scrittore, illustratore e sceneggiatore. È lo sceneggiatore di Julia, il fumetto noir pubblicato da Bonelli editore, e creatore di She, la lei più taggata di Facebook.

Il fumetto, da genere di lettura prevalentemente giovane a genere per adulti, anche se di nicchia. Una riscoperta?

R.:In realtà il fumetto sta vivendo, come tutti i media classici, una fase di regressione. Chiuso a tenaglia tra un passato glorioso, in cui se la giocava col cinema nel formare l'immaginario del Novecento, e un futuro ipertecnologico, ricco di sfide e pieno d'incognite. Su Amazon.com, in America, ormai si vendano più e-book che libri cartacei. In futuro ci saranno più alberi e meno case editrici, poco male. A Hitchock chiesero che fine avrebbero fatto gli autori, in un domani ipotetico in cui la gente si trovasse a indossare caschi-visori per vivere storie. Il Maestro rispose che quelle storie qualcuno doveva pur scriverle, metterle in scena. Oggi, i ragazzi sono pieni di stimoli - videogames, programmi che ti permettono di realizzare cose in prima persona. Cambia la fruizione culturale, sempre più partecipata, e questo sta cambiando il mondo. L'altro giorno assistevo a un concertino studentesco. I ragazzi sul palco erano straordinari, sia da punto di vista tecnico, che come spessore comunicativo. Questi, X-Factor, “Amici” e i vari imbuti del regime dei media, se li mangiano a colazione. Cambia l'antropologia dei giovani. Li stiamo tenendo compressi, non ne possono più e tra poco, per fortuna, ci spazzeranno via.


Julia è uno dei fumetti più letti nel panorama italiano. Un piccolo capolavoro di narrativa noir, dove c’è spazio per la criminologia, psicologia e…?

R.: Vita. Negli anni Settanta, Berardi portò il verismo nei fumetti western, con Ken Parker. Julia Kendall ne è figlia e io ne sono allievo. Quando scrivo Julia mi sento donna, professionista, piena d'inquietudini. Scrivo di criminali, e attraverso l'indagine leggo l'animo della gente, cerco le chiavi della società. Questa è la scuola del noir; parte da Dashiell Hammett e passa attraverso un pantheon di autori straordinari che mi sono dentro sempre, ogni giorno. La lezione principale è quella di calarsi così tanto nella materia da togliersi di scena. Sentire il delitto come un diaframma rotto nelle nostre relazioni umane, nelle nostre famiglie, nel capitalismo. Essere l'assassino, la vittima, il testimone. Quello che non ne sa niente, la bambina col gelato che ha sentito il rumore, e il meccanico dell'auto, entrare nel bar all'angolo. Essere tutti, fino in fondo. Il noir è terapeutico, una mimesi continua. L'ego lascia spazio a qualcosa di oltre, il mestiere l¹interpreto così. Pensate cosa significa per uno scrittore uomo, padre di famiglia, scrivere per ore dal punto di vista di una donna. Essere lei, fino in fondo.


La tua She, è diventata l'alter ego femminile del web. Bionda, di schiena, sensuale e con la battuta pronta. A chi ti sei ispirato?

R.: A mia nonna. Un emiliano d'origine, scorpione ascendente scorpione, è psicologicamente squassato dal mondo femminile. Fin da piccolo ne restavo stordito. La sartoria della nonna mi ha dato l'humus ironico, il calore di fondo. Poi la madre, la sorella, le femmine in classe, la prime fidanzatine, il sesso, l'altra metà del cielo. Mao forse la sentiva davvero distanza siderale. Io la sento dentro, un'altra metà del mio cielo. Il che non significa bisessualità, significa umanità. E quella femminile, spesso, è dolente. Si trucca, ma porta sulla schiena l¹ingiustizia economica e culturale della storia. “She”, la vedo nuda, di spalle, magnifica, ideale. Ne ho pudore. Quando parla, mi parla dentro. E mi spiazza. Qualche lettrice non credeva fosse scritta da me, pensava a una donna sotto falsa identità. Il capolavoro: togliersi di scena, anche come uomo. E poi She è il ritorno al segno, con il bagaglio del narratore. Un viaggio esaltante.

Cosa o chi ti piacerebbe disegnare?

R.: Una sfera perfetta e lontana. Per poi avvicinarmi. Di più, sempre di più. E vedere che la superficie è un groviglio umano, impastato nella natura. Avvicinarmi ancora, perforare la superficie. Dentro c’è l’acqua. Nuotare,arrivare al centro, fino a trovare un' altra sfera. Stavolta imperfetta e vicina.


di Manuela Caserta

Pubblicata su Il futurista del 16 giugno 2011

http://www.ilfuturista.it/intervista/lorenzo-calza-disegno-per-trovare-br-le-chiavi-dell-inquietudine.html

sabato 11 giugno 2011

Giuseppina Torregrossa: «L'uomo moderno? Ignora la natura e ha smesso di sorridere»

Ciò che accomuna una ginecologa ad una scrittrice è il modo in cui «tutte e due entrano nell'intimità delle donne, tutte e due entrano nelle dinamiche più profonde, tutte e due hanno a che fare con la sensibilità della donna e tutte e due portano alla luce qualcosa». Un romanzo, l'ultimo, dal nome evocativo e misterioso Manna e miele terra e fuoco, ambientato in una Sicilia risorgimentale, attraversata dalle lotte per l'unità d'Italia. Un mondo antico cristallizzato nella dialettica contrapposizione dei ruoli tra chi fa il padrone e chi fa il vassallo, che si perpetua sotto altre spoglie ancora oggi. Un romanzo come metafora esistenziale di una Sicilia attraversata dal tempo eppure ferma nel tempo. Giuseppina Torregrossa, ex ginecologa e scrittrice ci racconta come è nata una storia di passione e patimento, metafora del prezzo che il sud ha dovuto pagare all'unità d'Italia.

Manna e miele terra e fuoco, un romanzo d'altri tempi ambientato in una Sicilia risorgimentale. Com'è nato e cosa l'ha ispirata?

Avevo voglia di raccontare due piccole cose, da una parte la storia di una donna che si affaccia sulla libertà. Un percorso di coscienza, di consapevolezza e di maturazione di questa donna che viene privata della libertà e della gioia dell'infanzia. Sull'altro versante avevo voglia di raccontare questo cattivo matrimonio ch'è stato il nord e il sud, che però era inevitabile non si poteva fare diversamente l'Italia andava unita, così come Romilda andava unita al barone di Ventimiglia non c'erano vie di fuga. Certamente, il matrimonio fra l'altro era necessario anche se cattivo, ma era destinato a durare nel tempo, non potevano separarsi in nessun modo. E così è nata l'idea di raccontare e di rendere il matrimonio di Romilda una metafora e l'unione tra nord e sud una metafora esistenziale.

Sembra quasi una di quelle storie che si tramandano di generazione in generazione. C'è un elemento magico però, la manna. Che nel libro viene usata per un rito propizatorio.

Ho fatto il medico tutta la vita, ma da sicula d'origine, ho la tradizione del “cuntu”, la tradizione orale del racconto attorno al braciere, delle storie raccontate attorno ad una pignata o una tazza di caffè. L'elemento magico della manna invece è frutto della mia fantasia, io ho una fantasia incontenibile, e non riesco a imbrigliarla, tant'è che qualche volta faccio anche danno con la mia fantasia. La manna è una sostanza che mi ha colpito molto, e io ho anche imparato a fare la manna, sono andata nei boschi per imparalo, ho imparato a incidere, e ho passato diversi giorni a contatto con un mannaluoro, che mi ha insegnato a estrarre dai frassini questa linfa magica. E poi, il bosco è il luogo magico per eccellenza, un luogo da favola, un bosco anche salvifico. E il mio infatti, non è un bosco “cattivo” o pericoloso è un bosco che se rispetti è in grado di restituirti vita e felicità.



In questo romanzo si respira il profumo di sentimenti antichi, quali il rispetto, la fedeltà, l'amore vissuto anche con senso del dovere. Il dovere che può diventare sacrificio. Quasi educativo rispetto al consumismo sentimentale di oggi, un modello da seguire?

Io non ho la pretesa, di dare modelli, dare istruzioni o indicare la strada, sono però profondamente convinta che l'uomo sia diventato infelice perché si è allontanato dalla natura. E oltre ad allontanarsi dalla natura ha perso anche il sentimento e il sentire della vita. Intorno alla natura c'è la fattezza dell'uomo, noi oggi siamo tutti fondamentalmente infelici, se in città ci si guarda intorno, il viso delle persone è il viso delle armi non è il viso del sorriso. E non è perché tutti i giorni noi abbiamo delle tragedie in corso, è lo stile di vita che ci fa star male, il nostro tono dell'umore non dipende semplicemente da un pensiero, ma dipende anche da quello che mangiamo dall'aria che respiriamo, dal ritmo che seguiamo. Il ritorno alla natura può essere una soluzione, può essere comunque la salvezza del nostro pianeta, io su questo sono profondamente convinta che se noi non la smettiamo di comportarci in modo così dissennato, siamo destinati all'estinzione. Ma rimango ottimista, e ritengo che ci siano strade di salvezza e soluzioni, che vanno ravvisate nel ritorno alla natura.

Questo auspicato ritorno alla natura fa sorgere una domanda sul referendum al quale siamo chiamati domenica e lunedì prossimi. Che ne pensa?

I referendum sono una cosa alla quale noi dobbiamo assolutamente partecipare andando a votare. Per mille motivi, intanto perché i quesiti ci riguardano non necessariamente politicamente, o forse non c'è nulla di più politico di questo referendum, se vogliamo dare un termine politico alla sua accezione fisiologica, nel senso di polis. Noi non possiamo esimerci, perché i quesiti sono fondamentali e riguardano non solo il futuro ma anche il presente e la nostra qualità di vita. Quindi bisogna andare a votare qualunque sia la soluzione che ne verrà fuori. È chiaro che io sono orientata verso quattro sì, anche se ho delle difficoltà a pensare ad un ritorno alle municipalizzate per quanto riguarda il primo quesito sulla gestione dei servizi pubblici. È vero che, la privatizzazione non è dell'acqua ma riguarda solamente la rete idrica. Io vengo dalla Sicilia, dove l'Eas l'ente acquedotto siciliano, per anni ha dato l'acqua alla città di Palermo una volta ogni 15 giorni, dove l'acquedotto perde il 70% dell'acqua strada facendo e non sono mai stati fatti investimenti, e dove le municipalizzate non sono state altro che serbatoio di assunzioni irregolari e di assistenzialismo è questo il problema. Io ho imbarazzo a votare no, perché la mia storia m'impedisce di dire diamola ai privati ma sull'altro versante, noi abbiamo avuto una gestione pubblica disastrosa della rete idrica e ne paghiamo ancora le conseguenze. Il problema è nella trasparenza e nelle regole certe che in Italia vengono ignorate.

Si dice sempre che ogni scrittore scelga il personaggio in cui identificarsi nei suoi romanzi, e quasi mai si identifica scontatamente nel protagonista. Lei in quale si è identificata?

Io sono a tratti Maricchia e a tratti la figlia. Io ho pure una figlia di 23 anni e non nascondo che Romilda ha pure le fattezze di mia figlia. Ma non si tratta d'inserirci degli elementi autobiografici, è il sentire non è nei fatti. L'autore attinge al proprio sentimento, non ai fatti della propria vita, l'autobiografia è sempre nel sentimento che una ci mette.

Leggendolo si subisce molto la fascinazione della Sicilia, che passa anche attraverso la terminologia da lei usata. I dialetti che fanno parte delle nostre radici culturali, secondo lei si imparano per la strada o si dovrebbero insegnare a scuola, così come propose qualche tempo fa Bossi?

Io dico subito che la mamma degli scemi è sempre incinta sotto certi profili. Io credo che il dialetto, ammesso che si possa definire dialetto la lingua siciliana, che è invece una lingua a tutti gli effetti, credo che sia una lingua viva. Portarla a scuola e cristallizzarla in regole o teorizzare delle cose mi risulta estremamente difficile. Io parlo normalmente il siciliano, lo parlo con i miei figli che naturalmente non lo sanno parlare perché sono nati e vissuti a Roma, però lo capiscono. È la lingua di mia nonna e la lingua di mia madre, e ovviamente certe categorie Kantiane, o meglio certi a priori kantiani, il mio dialetto li esprime meglio della lingua. Perché poi la lingua è un tentativo di comunicare tutti, l'italiano è l'esperanto delle nostre regioni, serve a farci entrare in comunicazione con altra gente. Ma sull'altro versante ci impedisce però di attingere alle mille sfumature della nostra lingua. Ed è chiaro che quando io voglio esprimere una sfumatura precisa il siciliano mi viene in soccorso, l'italiano spesso, ahimè, mi sacrifica. Io mi sento ingabbiata nell'italiano. Dopo di ché volendo raggiungere un pubblico vasto e variegato sono costretta ad esprimermi in italiano altrimenti sarei isolata in una fatto autistico ecco. Credo comunque che, quest'idea d'insegnare il dialetto nelle scuole sia una sciocchezza, perché cristallizza il dialetto e lo mummifica mentre il dialetto è una lingua viva che cambia continuamente e cambia da zona a zona.

Il siciliano poi è una lingua che non ha futuro, si parla solo al passato. Il segno di un mondo dove il tempo è fermo, le cose non cambiano, ma si continua a sperare?

Io credo che la Sicilia in questo momento sia una terra disperata che non abbia nessuna speranza. E le colpe sono da ricercare nel nostro immobilismo. Noi abbiamo una quantità di risorse di tutti i tipi e potremmo andare avanti, potremmo essere modello e progetto pilota per l'Italia. Purtroppo è questo senso dell'instabilità che ci rende un po' schiavi del destino, il fatalismo, che ci porta un po' a renderci così un popolo senza speranza, e poi l'idea che tanto non ci riguarda che riguarda sempre gli altri. Perché il siciliano ha una spinta autonomistica che poggia su un individualismo sfrenato, quindi non si sente mai parte di una comunità. La società è fatta di individui, siamo tutti cellule di uno stesso organismo, pensare di potersi comportare in forma anomala ci fa diventare dei cancri. Perché poi alla fine uno che non rispetta le regole collettive è un cancro.


Cosa è cambiato nella Sicilia di oggi rispetto ai rapporti di forza che un tempo regolavano le relazioni fra caste sociali?Un tempo c'era il barone e i suoi feudatari. Oggi?

Siamo un popolo di vassalli, da noi il feudalesimo non è mai morto, e finché non muore il feudalesimo saremo sempre portati a far lobby e la lobby troppo deviata diventa mafia. È il questo il nostro problema di fondo, ma è un problema che oramai riguarda tutta la nazione e lo aveva già detto Sciascia, che era un visionario, l'unico intellettuale che forse riusciva a fare delle previsioni e parlava della “terronizzazione” dell'Italia che purtroppo è un modello che è diventato internazionale.

Lei è curatrice del premio letterario Scopello, difficile portare avanti un'idea di cultura in questo Paese?

Il premio Scopello si è fermato alla prima edizione, per le mille difficoltà e l'assenza delle istituzioni e delle amministrazioni locali. Credo che nessuno pensi più che in Italia si possa far cultura, la cultura in sé sembra essere diventata una parolaccia.

Manuela Caserta

Pubblicato su Il futurista online l'11 giugno 2011

domenica 29 maggio 2011

Sulla barca di Vinicio tra Marinai Profeti e Balene

Uno dei concerti più suggestivi di Vinicio Capossela, è stato quello realizzato nella Baia del Silenzio di Sestri Levante, un nome evocativo per un concerto dall’atmosfera magica, in cui la musica arrivava dal mare, con Vinicio che suonava il pianoforte su un’imbarcazione, mentre il pubblico ascoltava rapito dalla spiaggia. Un concerto che anticipava nelle note e nelle parole questo doppio album: Marinai Profeti e Balene.
“Le sirene non hanno coda ne piume cantano solo di te, l’uomo di ieri, l’uomo che eri a due passi dal cielo, tutta la vita davanti tutta la vita intera e dicono fermati qua fermati qua…” . Un’Ulisse immaginario, quello che in fondo c’è dentro ognuno di noi, è il protagonista dell’ultimo racconto discografico di Vinicio. L’ “errare a causa dell’errore”, come il Lord Jim di Conrad che ispira un Capossela, stavolta più intenso e ricco che mai di evocazioni letterarie, contaminazioni musicali e miti greci. Il mare è il protagonista assoluto di questa sorta di Odissea in note, circa 86 minuti di musica, di oceanica ispirazione. Omero, Melville, Conrad e quelle strane creature che abitano gli abissi “tra spettri e vascelli fantasma”. Come il Polpo d’amor, pieno “di tentacoli senza tentazioni” e di braccia per abbracciarsi anche da solo. Un viaggio onirico e omerico, nella scelta di realizzare un disco con un coro di musicisti, che va oltre il concetto di semplice band. Registrato sull’isola di Ischia, quest’album, del mare, non poteva che respirarne tutto il profumo, gli echi, il mistero e le onde. Inutile dire che vi è davvero registrata qualunque tipo di “onda”, basti pensare al complesso di strumenti usati per musicare ogni singola canzone, ciascuna ha una sua ricercatezza musicale che la rende unica, un’opera nell’opera.
Strumenti insoliti, usati con l’ingegno di un designer, di un creativo del suono, come le percussioni indonesiane Gamelan, la Viola d’Amore Barocca, le Onde Martenot, la Sega musicale, il Santur e l’Ondioline, che insieme ad un vero e proprio coro da tragedia greca, hanno accompagnato la voce di Vinicio. Si sono aggiunte le voci bianche dei Mitici Angioletti, i Dunrk Sailors, le voci ancestrali portate in scena da Valeria Pilia e le Donne Sarde di Actores Alidos, le Sorelle Marinetti e il Coro degli Apocrifi. Non basta definirlo “il nuovo album di Vinicio Capossela”, è un’opera di ricercatezza acustica, di suoni inconsueti che trascinano l’ascoltatore in un viaggio negli abissi. Da “All’una e trentacinque circa” in poi, vincitore del premio Tenco come miglior opera prima, Capossela ci ha abituati ad un crescendo di esperimenti musicali, la nostalgica voce “stonata” del “pugile sentimentale” è diventata sinonimo di un genere unico, pieno ogni volta di citazioni nuove e di nuovi mondi. Dalla Ballata di San Vito, che Vinicio stesso definisce “non un disco ma una vicenda”, fino a Che coss’è l’amor diventato la colonna sonora dell’Ora di religione di Marco Bellocchio, si sconfina dalla taranta al jazz. Il filo conduttore con il cinema, per Capossela è uno degli aspetti della sua poliedricità, nel 2009 partecipa con un cameo all’opera prima del regista Valerio Mieli, Dieci Inverni, film per il quale scrive anche una struggente colonna sonora dal titolo Parla piano. I generi si mischiano irriverentemente verso ogni tentativo di definizione, un “Jodoroswky” della musica, un Capossela appunto.

Da quando Francesco Guccini lo scoprì, circa vent’anni fa, questo ragazzo venuto da Hannover che porta dentro le radici dell’Irpinia non ha mai sbagliato un colpo. Ci sono notti in cui vorresti che l’alba non arrivasse mai, parafrasando ciò che disse Vinicio durante un’intervista, è vero, ci sono notti molto più intense, rivelatrici e piene di vita dell’alba che porta il sole. Le stesse in cui le parole di una canzone vengono fuori a manovella, “momenti in cui l’anima si stura”. Le sirene è venuta fuori così, un pezzo che prima durava 40 minuti. Sì, c’è da ammetterlo, nei suoi album ci sono anche canzoni che si trascinano malinconicamente troppo, vi sono lunghe riflessioni nostalgiche insieme a veri deliri di creatività melodica e letteraria, dove invece l’ispirazione va oltre. Per questo disco registrato sull’isola di Ischia, Capossela ha preteso che un vecchio pianoforte anni 30, un imponente Seiler, venisse issato fin su la rocca dell’antico Castello Aragonese, dove arrivava solo il rumore dei gabbiani, del mare e del mito, un disco registrato in un’antica cripta sul mare.

Ma non sarebbe la prima volta che Vinicio sceglie un luogo insolito, un ameno rifugio musicale dove registrare le sue canzoni. Anche quando registrò Brucia Troia, singolo che appartiene all’album “Ovunque Proteggi” uscito nel 2006, scelse di farlo insieme al celebre chitarrista Mark Ribot e tre tenori sardi dentro la grotta carsica di Ispinogoli in Sardegna. Ci sono, è vero, degli spazi vuoti nella sua discografia, dopo “Canzoni a manovella”, l’album che decretò il suo successo secondo unanime giudizio, mantenere l’apice della qualità, assoggettandosi alla legge del mercato, avrebbe probabilmente sporcato tutto il percorso fatto. Il lungo silenzio scelto dall’artista, che lasciò i suoi fan ancora sognanti sulle note di Con una Rosa, il singolo più amato di quelle “Canzoni a Manovella”, fu interrotto solo da una raccolta pubblicata tre anni dopo, dal titolo “L’indispensabile”.

Ma il vero ritorno sulla scena arrivò nel 2006 con “Ovunque Proteggi”, un disco che vide la collaborazione artistica, di musicisti di lungo corso come il trombettista Roy Paci, il newyorkese Marc Ribot alle chitarre, Gak Sato all’elettronica, con il quale confermò la continua ricerca di contaminazione musicale e altri celebri musicisti. Un tour quello del 2006, nel quale Capossela apriva la scena, cantando Brucia Troia, con indosso una maschera cornuta da caprone, una pelliccia e i campanacci al collo. La sua voce graffiante e cattiva come quella di una creatura mostruosa, insieme al crescere martellante di suoni e tamburi, faceva perdere la precisa cognizione dello spazio teatrale. Una scena pagana, legata al mood della canzone Non trattare, intrisa di una riflessione dissacrante verso tutti gli aspetti più gretti della religiosità popolare. Se è vero che ci sono notti in cui vorresti che l’alba non arrivasse mai, rimane indimenticabile quella notte bianca a Roma, quando l’alba arrivò sulle note di Ovunque proteggi nella splendida cornice del Pincio. Il nuovo tour, ha tirato le cime in barca ed è salpato per la nuova avventura il 26 aprile, partendo da Genova, città di mare, di poeti ed esploratori.

Il viaggio ha già la rotta segnata alla ricerca di nuovi paesaggi, sono previste molte tappe estive in spazi aperti e tappe all’estero. Il tour infatti, passerà da Parigi, Colonia, Zurigo, più una tappa argentina a Buenos Aires. Il doppio album è stato dedicato a Renzo Fantini scomparso recentemente, che fu manager anche di Guccini e Paolo Conte e a Bekim Fehmiu, il protagonista dell’Ulisse del 1968. La scenografia rappresenterà il titolo dell’album, sarà volutamente scarna, anzi “ossea”, con grandi costole all’interno delle quali i musicisti suoneranno come piccoli pesci dentro la pancia di una balena. Un’arca di Noè in versione Capitan Maltese, che scommettiamo, lascerà una lunghissima scia di successo solcando un mare di musica.

di Manuela Caserta

Pubblicato su il settimanale Il Futurista settimanale del 12 Maggio

martedì 24 maggio 2011

Bob Dylan: 70 anni di poesia musica e protesta sociale

Se dici Bob Dylan, dici blues. Ma anche country, jazz e rock. Non si può chiudere in una definizione un musicista polivalente come lui, che a 70 anni e 50 anni di carriera, ha spaziato tra generi ogni volta diversi. Contaminazioni creative, che hanno fatto di alcuni pezzi storici come Blowin o Like a Rolling Stone il simbolo della controcultura americana.

Ci sono tanti modi per arrivare alla musica, ma pochi passano prima per la letteratura. La gran parte dei cantautori, ti dirà che cantare era una vocazione innata, che fin da piccolo ascoltare i dischi in vinile di mamma e papà li faceva sognare. Bob Dylan no. Lui è arrivato alla musica passando prima da Brecht e poi da Kurt Weil. Robert Allen Zimmerman è uno, che quando si è scelto un nome d’arte, lo ha fatto ispirandosi alle poesie che leggeva di Dylan Tomas. Questo giovane canadese, con origini ebraiche, è figlio di un operaio della Standard Oil Company, che cresce ascoltando le radio locali che trasmettono musica folk e country, quella musica folk che Dylan farà diventare elettronica, contaminando il genere contro i puristi dell’epoca. Quando approda nella grande mela, comincia la sua lunga e folgorante carriera.

Negli anni 60 diventa per molti quasi un profeta, le sue canzoni di protesta sociale e battaglia politica ne fanno un mito, quando arriva a Woodstock è semplicemente il simbolo di una intera generazione. Era il 1963 e Dylan frequentava un altro pezzo di storia della musica country come Joan Baez. Entrambi erano il simbolo della lotta per i diritti civili, partecipavano a diverse manifestazioni e raduni, cantarono anche alla “marcia su Washington”, dove Martin Luther King pronunciò il suo celebre discorso “I have a dreams”. E come dimenticare A Hard Rain's a-Gonna Fall, uno dei suoi pezzi folk, più impegnati contro l’apocalisse nucleare. Dylan è sempre stato un innovatore, uno che passava da Woodstock a New Orleans, uno che scrive una intensa autobiografia nel 2004 dal titolo Chronicles, una lunga galleria di personaggi e vissuto, da qualcuno definita più che una autobiografia una “personal essay”.

Scrisse: “I think the truly natural things are dreams, which nature can’t touch with decay”, penso che le cose veramente naturali siano i sogni, che la natura non può toccare con decadimento. Ma a chi gli chiese se si fosse mai sentito un poeta rispose: “Se mi sento un poeta? Qualche volta. È parte di me. È parte di me il convincere me stesso che sono un poeta. Ma ci vuole molta dedizione. Molta dedizione”. Buon compleanno Bob Dylan.
Manuela Caserta

Pubblicato su Il futurista online il 24 maggio 2011

mercoledì 18 maggio 2011

Sbadatamente ho fatto l'amore di Camilla Baresani

«La differenza di fondo che c’è tra il personaggio pubblico protagonista del mio romanzo, viveur, donnaiolo, apparentemente superficiale e un uomo di fama e potere di oggi, è la cultura. Una volta ciò che si ostentava in certi ambienti era la propria formazione culturale, oggi invece ciò di cui si fa sfoggio sono le scopate» Sbadatamente ho fatto l’amore è il secondo romanzo di Camilla Baresani, che la casa editrice Bompiani, ha deciso di ripubblicare.

Racconta la storia di un musicista di successo vissuto negli anni della dolce vita, un consumista di mondanità, famoso e donnaiolo, il classico narcisista cinico, che ad un certo punto della sua vita, aiutando uno studente a compilare una tesi su di lui, si ferma a riflettere sull’incontro con una donna avvenuto durante una di quelle notti brucianti, trascorse tra fiumi di alcool e divertimento sfrenato. Un incontro apparentemente fra tanti, tralasciato e dimenticato come una delle mille cose fatte per caso ieri. Ma arriva il momento in cui, durante il racconto della sua vita, Manlio, il protagonista, affronta il ricordo che riemerge, torna a galla, si accende una luce su quell’istante, la mente torna indietro e riavvolgendo il nastro, sorgono domande. L’incontro con una donna insignificante fisicamente e misteriosa, che porta una “etichetta” addosso, imprime in Manlio un fastidioso senso di colpa, uno di quelli che non infili nell’archivio insieme agli altri, perché senza accorgertene diventa una piccola voce in fondo al cuore. Un punto fermo nei suoi ricordi, che lo porterà a cercare in un viaggio a ritroso quella donna mai più vista, aprendo al lettore uno scenario inatteso. Camilla Baresani, scrittrice e giornalista, lo scorso inverno ha pubblicato il suo ultimo romanzo Un’Estate fa ambientato tra Roma e Milano. La Baresani non si legge solo per coinvolgimento o identificazione con i personaggi dei suoi romanzi, ma perché scorrendo le sue pagine, si coglie una ricchezza di dettagli, colte citazioni e stile che lascia sempre soddisfatto il lettore.

Manuela Caserta

Pubblicato su Il Futurista settimanale n. 1