Pensiero del giorno

•‎In un momento della vita, al momento giusto, bisogna poter credere all'impossibile Christa T. - di Christa Wolf

martedì 22 marzo 2011

Le contraddizioni della coppia borghese secondo Franzen

“Freedom non c’entra niente con la mistica del destino che si intreccia con il concetto di libertà, la mia idea di libertà è una cosa più istintiva e intuitiva”, Jonathan Franzen non è citabile per sua stessa ammissione, non s’infila e non si fa infilare come un tassello in una categoria letteraria. Rifugge lo stereotipo, e ascoltarlo parlare di sé e del suo libro, è come guardare uno che fa di tutto per uscire dai panni dello scrittore e impersonare l’anti se stesso. Durante la presentazione del suo ultimo capolavoro letterario, così come è stato definito dal New York Times, mentre il suo giovane collega Alessandro Piperno, che lo introduce al pubblico, si dilunga un po’ troppo in sofistiche interpretazioni sul filo narrativo che lega l’ultima fatica letteraria di Franzen al suo capolavoro assoluto Le Correzioni, best seller vincitore del National Book Award, Franzen come se si trovasse al Letterman Show esordisce con una battuta, ammicca al pubblico, dissacra sarcasticamente sé stesso, gira ironicamente attorno alle domande, come se l’ammirazione degli altri quasi lo infastidisse.
Nove anni dopo il celebre Le Correzioni, diventato quasi istantaneamente un classico della letteratura, nel suo ultimo libro Franzen affronta ancora una volta le contraddizioni all’interno di una coppia borghese, colta, progressista, che vive nella provincia americana del Minnesota, con lo sguardo spietato di un osservatore esterno alla lente d’ingrandimento. Freedom affronta il tema della libertà attraverso i sacrifici che per essa si compiono, il tema dell’amore sacrificato sull’altare di quello stesso dogmatismo di cui è impregnata la fede religiosa. L’analisi dettagliata dei legami familiari, sempre al centro dei suoi romanzi, con le loro nevrosi e le loro idiosincrasie fanno pensare che ci sia qualcosa di personale in quel che scrive, e lui stesso ammette che “una biografia superficiale è sempre una biografia poco interessante”. I personaggi dei suoi libri traggono un po’ ispirazione dalla sua vita, e per quale scrittore non è così, la malattia degenerativa della figura di Alfred uno dei protagonisti de Le Correzioni, è la stessa di cui soffriva suo padre, la separazione, la perdita dei soldi, sono tutti strumenti narrativi autobiografici, che poi diventano tasselli di una storia a parte, ed è così che nasce il suo capolavoro. Franzen cela l’emozione quando parla dell’amico scrittore David Foster Wallace morto suicida qualche anno fa, a causa della forte depressione di cui soffriva, e subito dopo aver risposto ad una domanda del pubblico sull’argomento, ringrazia il pubblico di non aver applaudito unanimamente alla sua pausa emotiva. Come se volesse dire, insomma ragazzi anche una presentazione così formale non è un buon motivo per non dire fino in fondo ciò che si pensa. “Io non stavo cercando di scrivere un libro politico” dice Franzen durante l’intervista, ma le parole di Walter uno dei personaggi del suo ultimo libro sembrano proprio una denuncia politica quando dice “La gente è venuta in questo Paese o per il denaro o per la libertà. Se non hai denaro, ti aggrappi ancora più furiosamente alle tue libertà. Anche se il fumo ti uccide, anche se non hai i mezzi per mantenere i tuoi figli, anche se i tuoi figli vengono ammazzati da maniaci armati di fucile. Puoi essere povero, ma l’unica cosa che nessuno ti può togliere è la libertà di rovinarti la vita nel modo che preferisci”.

Pubblicato su Il Futurista il 22.03.2011

giovedì 17 marzo 2011

Quest’Unità d’Italia controversa e snobbata da alcuni ministri della Repubblica italiana, ha quasi il profumo di un nuovo battesimo, mai come in questo momento storico si sente il bisogno di rimarcare la propria identità di italiani., di riscoprirne l’orgoglio e ritrovarne la dignità.
Per quelli della mia generazione questo è un paese che ti bistratta, che non ti vuole, che ti fa fuggire all’estero, che ci ha ipotecato il futuro, che ti fa vivere nella contraddizione eterna di essere troppo giovane ma anche troppo vecchio per cambiare le cose, che ti fa venire l’amarezza e non è facile da vivere. Eppure a volte, il senso di quest’appartenenza ti appare così lampante negli occhi di un immigrato, che quasi mi vergogno a non sentirmi fortunata anche solo di avere questa carta d’identità. Fino a domani, almeno, io sono una cittadina di una repubblica democratica. Fino a che la mia Carta Costituzionale sarà il valore fondante di uno Stato, io non sarò costretta a fuggire su un una carretta del mare, magari facendo il percorso inverso, dall’Italia all’Albania.
La mia unità d’Italia non è solo una celebrazione di fanfare e bande per la strada, è quella che finalmente sento palpitare durante tutte le manifestazioni in corso in questo periodo convulso, quella che manifesta in coro e che scende in piazza per riprendersi il Paese, quella di tutti i giovani che non vogliono andarsene, che qui vogliono vivere, studiare, lavorare e magari mettere su famiglia.
Rispetto ai francesi, ammettiamolo, si è sempre sofferto un complesso d’inferiorità nell’osservare una loro perseveranza e prontezza nella difesa dei loro diritti. Noi non siamo bravi come loro a difendere strenuamente ciò che ci è dovuto, a tenere alto lo sguardo sul livello etico di chi ci governa. E aveva ben ragione Massimo d’Azeglio quando disse che “S’è fatta l’Italia ma non si fanno gli italiani”. E la missione ancora oggi potrebbe definirsi incompiuta o con qualche rigurgito secessionista più che federalista di troppo. Gli italici sono ancora molto diversi fra loro, e anche la loro percezione dei diritti lo è. La scuola pubblica non è un diritto secondo tutti e tanto meno secondo il Ministro della pubblica istruzione che ammette candidamente di non “appassionarsi” alla causa, vivere in un paese senza il rischio nucleare non è un diritto secondo tutti, avere un lavoro dignitoso non è un diritto uguale per tutti. Parafrasando Gaber io mi sento italiana e per fortuna o purtroppo lo sono, ma la mia carta d’identità non mi garantisce il pieno godimento dei diritti civili così come dovrebbe. Questo tricolore che divenne il simbolo della Giovine Italia Mazziniana, recava su entrambi i lati delle scritte, da un lato riportava “Libertà Uguaglianza Umanità” e dall’altro “Unità, Indipendenza”, 150 anni dopo gli italiani dovrebbe ritrovare il loro Mazzini, o semplicemente il senso di quelle parole e pretenderne il rispetto.

Pubblicato su Il Futurista il 17.03.2011

sabato 5 marzo 2011

La rivoluzione in Libia costituisce una minaccia per l'economia italiana. New York Times 5 Marzo 2011


Di Rachel Donadio

In risposta alle tattiche assassine delle milizie colonnello libico Muammar Gheddafi contro manifestanti disarmati, gli Stati Uniti e l'Unione europea hanno annunciato misure per congelare i beni del governo, e la Corte penale internazionale ha aperto un'inchiesta sui crimini possibile contro l'umanità.
Ma l'Italia - che ottiene quasi un quarto del suo petrolio greggio e il 10 per cento del suo gas naturale dalla Libia, ha miliardi di dollari in contratti lucrativi con il governo libico e riceve altri miliardi in investimenti libici - ha trattenuto il congelamento qualsiasi attività.
I funzionari dicono che sono in attesa di una risposta "coordinata" da parte dell'Unione europea sul fatto che la misura si applichi solo ai fondi sovrani libici, una sentenza che l'Italia, ha detto, sperava arrivasse al più presto la prossima settimana. Con la Libia in fermento e il colonnello Gheddafi aggrappati al potere, nessun paese ha più in gioco dell''Italia, che si trova nella posizione più complicata diplomatica degli ultimi decenni, tirata tra il suo impegno verso la NATO e diritti umani e i suoi scramble per proteggere i propri investimenti in una Paese che è tornato ad essere un paria."La Francia ha Tunisia, Spagna, Marocco e l'Italia la Libia," ha detto Emma Bonino, membro della opposizione di centro-sinistra, che siede nel Senato italiano per gli affari esteri. Lei oppose al trattato bilaterale tra Italia e Libia nel 2008.
Dal 2004,quando le Nazioni Unite sollevarono un embargo commerciale che era stato imposto dopo il bombardamento di una discoteca tedesca da parte della Libia nel 1986, l'Italia è il principale esportatore dell'Unione europea di armi verso la Libia, secondo i dati dell'Unione.
La sua compagnia energetica politicamente influente, l'Eni, ha decine di miliardi di dollari investiti in Libia. L'Italia è anche il più grande partner commerciale della Libia, e le aziende italiane stanno costruendo una strada costiera e hanno contratti in costruzione, ferrovie e fibre ottiche.
Perdere, significherebbe lasciare «un tributo enorme economico", ha dichiarato Andrea Nativi, il redattore capo della Rivista Italiana Difesa, la pubblicazione difesa leader in Italia. I legami sono in entrambe le direzioni. Libia, attraverso la Libyan Investment Authority e la Banca centrale libica, ha una quota del 7,6 per cento nel UniCredit banca italiana, e il governatore della banca centrale, Farhat Bengdara, risiede ai margini di UniCredit. investitori libici hanno anche una quota del 2 per cento nel settore aerospaziale e della difesa italiana Finmeccanica, una quota inferiore al 2 per cento in Fiat, una partecipazione in un ramo di Telecom Italia, e del 7,5 per cento della Juventus Calcio Club Torino. Libia Banca UBAE, che si occupa di petrolio del paese e le transazioni di gas in Europa, ha la sua sede a Roma.
Questi legami possono contribuire a spiegare perché il primo ministro Silvio Berlusconi è stato lento a condannare la sanguinosa repressione del colonnello Gheddafi. Quando il conflitto è cominciato il mese scorso, Berlusconi ha detto che non voleva "disturbare" il colonnello. Fu solo dopo diversi giorni che ha denunciato la violenza. E lo scorso fine settimana, ha detto che l'Italia non considera più il colonnello Gheddafi nel controllo della Libia. Più significativamente, la settimana scorsa l'Italia ha annunciato che aveva effettivamente sospeso il suo impegno sul "Trattato di Amicizia" con la Libia del 2008, che Berlusconi aveva propagandato come il suo più grande successo della politica estera, dal momento che la Libia era nel caos."L'Italia si stupisce perché l'accordo avrebbe dovuto salvarla, ma con chi parla adesso?" Ha detto Sergio Romano, editorialista politico ed ex ambasciatore. "Non si può rinnegare totalmente Gheddafi, ma non lo può sostenere perché è diventato impresentabile". In base all'accordo, che è stato negoziato da diversi governi italiani e passato con un ampio sostegno bipartisan, l'Italia ha promesso aLla Libia 5 miliardi dollari in 20 anni di modifica per il suo passato coloniale lì. In cambio, la Libia ha dato un trattamento di favore in Italia lucrativo dell'energia, delle infrastrutture e dei contratti della difesa. E 'inoltre impegnata ad arginare il flusso di immigrati clandestini dalle coste - un punto chiave domestico in Italia - con mezzi molto discussi da parte delle associazioni per i diritti umani. Ma il trattato ha avuto anche una clausola di non-aggressione insolita, in cui l'Italia ha promesso di non usare il suo territorio per atti ostili contro la Libia - una clausola di richiesta da parte della Libia, ha detto il senatore Lamberto Dini, un ex primo ministro italiano che ha contribuito a negoziare il trattato e ora è il presidente del Senato italiano per gli affari esteri. Gli analisti interpretano la sospensione del Trattato come un segnale dell' Italia di mettere le sue basi a disposizione in caso di intervento militare. Ci sono diverse basi degli Stati Uniti e basi NATO in Italia, e la Sesta Flotta degli Stati Uniti è abbastanza vicina a Napoli. Roma ha detto che approverà una no-flight zone solo con il sostegno della NATO e delle Nazioni Unite.
L'amicizia tra i paesi va indietro di un secolo, a cominciare con l'occupazione coloniale della Libia da parte dell' Italia nel 1911 e continua attraverso l'istituzione di una monarchia nel 1951 e la dittatura anticoloniale del colonnello Gheddafi nel 1969. Quando il signor Berlusconi ha vivacemente baciato la mano del colonnello in visita in Libia lo scorso marzo, il momento ha rivelato qualcosa di più che il legame personale tra due dei leader più colorati del mondo.
Essa riflette decenni di stretti legami.

giovedì 24 febbraio 2011

Addormentarsi adesso svegliarsi fra cento anni...


"Addormentarsi adesso svegliarsi tra cento anni, amor mio..."

"No,non sono un disertore.

Del resto, il mio secolo non mi fa paura

il mio secolo pieno di miserie e di scandali

il mio secolo coraggioso grande ed eroico.

Non ho mai rimpianto d'esser venuto al mondo troppo presto

sono del ventesimo secolo e ne son fiero.

Mi basta esser là dove sono, tra i nostri,e battermi per un mondo nuovo..."

"Tra cento anni, amor mio..."

"No,prima e malgrado tutto.

Il mio secolo che muore e rinasce

il mio secolo i cui ultimi giorni saranno belli

la mia terribile notte lacerata dai gridi dell'alba il mio secolo splenderà di sole, amor mio

come i tuoi occhi..."


Nazin Hikmet

domenica 13 febbraio 2011

L'Ora del Se Non Ora Quando


Una piazza così non si vedeva da un po’, una piazza piena di donne ma anche di uomini, vibrante, pacifica, trepidante e partecipe, impaziente di urlare la propria rabbia, impaziente di dire basta, oggi da qui si riparte.

Si riparte per una nuova Italia, che ci restituisca la dignità perduta, la giusta considerazione, e ci somigli un po’ di più. Quando dal palco le promotrici della manifestazione si alternavano per comunicare alla piazza i dati relativi alla partecipazione nazionale, dalla piazza si alzava un boato, mentre Roma festeggiava cresceva contemporaneamente la solidarietà internazionale, Tokio, Ginevra , Londra Parigi e Bruxelles manifestavano all’unisono. Una piazza senza colore politico, senza distinguo, piena di giovani e piena di adrenalina. Dietro il palco sono state tantissime le presenze del mondo del cinema, dello spettacolo e della cultura, molte giovani attrici, scrittrici e poetesse. Valeria Fedeli una delle promotrici della manifestazione, intervistata, ha dichiarato entusiasta che nessuno si aspettava la mobilitazione di oltre 200 piazze in Italia, “vuol dire che le donne a cui sono venute dietro poi tanti uomini, possono segnare in questo paese un cambiamento, per una società in cui donne e uomini possano riscrivere un patto importante di nuova cultura”. Ma al dopo manifestazione chi ci ha pensato, questa piazza è la voce di un Paese stanco, scandalizzato, e per niente indifferente allo stato di degrado morale che ci troviamo a vivere.
Inutile negarlo, ma l’aria di sinistra dietro il backstage si percepiva eccome, senza volerne fare una questione di par condicio, la presenza politica del Pd era ben rappresentata, peccato che eccetto la Bongiorno invitata sul palco a intervenire, rappresentante di FLI, impegnata da sempre nella battaglia contro la violenza sulle donne, non si sia vista una sola voce fuori dal coro che appartenesse all’altro pezzo d’Italia. Quel pezzo d’Italia bugiarda e servile ben rappresentato dalle parole della Gelmini, che liquida un milione di presenze in piazza in tutta l’Italia, definendole poche radical chic, come nemmeno le tre scimmiette che giocavano sul comò avrebbero avuto il coraggio di fare. La presenza di molta stampa estera, è il segno che il mondo ci osserva, che la reazione della società al modello berlusconiano e burlesque deriso e vituperato da tutta la stampa internazionale, è importante per verificare il polso di una società che apparentemente sembrava dormiente e quasi rassegnata, per non dire “abituata” a non ribellarsi .
Berlusconi oggi ha avuto un merito, “perche è riuscito a mettere insieme tutte le categorie delle donne, puttane, madonne, sante, di seria A, di serie B e di serie C, tutte insieme senza distinguo” come ironicamente ha sintetizzato in una battuta Serena Dandini, ha avuto il merito di metterci tutte dalla stessa parte, di destra o di sinistra, laiche o cattoliche, femministe o meno, questa manifestazione non è stata una kermesse di radical chic, e neppure un girotondo di ex femministe, o coretti da suffragette, come ha dichiarato Susanna Camusso leader della CGIL “questa piazza sta chiedendo che le donne vengano riconosciute come persone che la loro mente non venga separata dal loro corpo, che non si venda il loro corpo, sta chiedendo questo, certo questo chiede un atto politico e il premier farebbe bene a rendersene conto”.Ma la sfiducia nella politica è colpa anche della sinistra, non dimentichiamo che la cooptazione è una pratica abusata anche a sinistra quando si decidono le liste per le candidature, e questo non fa meno male ai giovani precari, ai giovani attivisti e a chi ci crede nella partecipazione democratica. Se il dopo manifestazione iniziasse da qui, da maggiore coerenza politica e rispetto per le donne per i giovani e le loro idee, saremmo già in un mondo migliore.
Pubblicato su Fare Futuro WebMagazine il 14 Febbraio 2011
Roma 13 Febbraio 2011

giovedì 10 febbraio 2011

Alice Senza Niente nell'Italia del Bunga Bunga


Quando ho intervistato per la prima volta Pietro de Viola, autore dell’e-book più scaricato online degli ultimi sei mesi, il suo Alice senza Niente era stato notato solo da qualche magazine online che aveva scritto di lui.

Il suo esordio sul web, studiato come solo un vero marketing manager saprebbe fare, è avvenuto a piccoli passi, entrando in punta di piedi attraverso social network e web magazine, alcuni dei quali rifiutavano persino la pubblicazione del suo link all’inizio. Durante la fine dell’estate, con un breve comunicato stampa, viene annunciata la pubblicazione di un nuovo romanzo online dal titolo Alice senza Niente, e io pensai inizialmente, si trattasse solamente della nuova campagna stampa di un libro in uscita edito da qualche nota casa editrice.

E invece no, non c’era nessuna casa editrice dietro questa campagna stampa, c’è solo un nome di persona, Pietro De Viola.Quando Pietro è diventato mio amico su Facebook, ho spulciato come è consuetudine il suo profilo, per saperne di più. Ho osservato i suoi interventi alle mie discussioni sul mio wall, e un bel giorno gli ho scritto, e gli ho chiesto un’intervista. Perché per dare un’intervista non devi mica essere già famoso, magari lo stai solo diventando, e io fiutavo un piccolo successo letterario.Incontro Pietro ai tavolini di un bar nel centro di Roma, e davanti ad un caffè comincia a parlarmi di sé e del perché ha scelto di pubblicare online il suo romanzo, senza passare da alcuna casa editrice. Pietro De Viola è un ragazzo di 30 anni, siciliano trapiantato nel centro Italia, laureato con 110 e lode, che come la maggior parte dei giovani laureati ha cominciato il suo calvario da giovane precario disoccupato subito dopo la sua bella laurea. Ha fatto parecchi lavoretti da precario per tirare avanti, ha fatto il cassiere, l’agente immobiliare, e continua a fare il sognatore, e questo gli ha reso un bella gratificazione a conti fatti. La nostra chiacchierata davanti a quel caffè, passa attraverso i racconti di un ragazzo con una buona formazione culturale e titoli accademici sottobraccio, che come al tempo fecero già i nostri genitori 50 anni fa, è costretto a lasciare la Sicilia e a emigrare alla ricerca di un lavoro. E qui comincia la storia di un’intera generazione, che vive sparsa per città e capitali europee, lavorando a singhiozzo, pagando affitti salatissimi quasi sempre in nero, che continua a procrastinare in un tempo indefinito le sue aspirazioni genitoriali, o semplicemente di coppia, perché non se le può permettere, che alla sera guarda i tg rischiando l’ulcera perché le uniche news che passano sui tg nazionali riguardano il premier e i suoi festini, e mai una riforma che li riguardi, che provveda al loro futuro, al futuro di un intero Paese, impantanato nelle beghe giudiziarie di chi lo governa e nelle cronache hard di villa Arcore. Alice senza Niente è la storia di una ragazza come ve ne sono tante, che passa le sue giornate a riempire form online per iscriversi ai data base di società che probabilmente non leggeranno mai il suo curriculum, neppure quando dovranno assumere personale, perché spesso il recruiting di una società, in Italia, non avviene aprendo la banca dati delle risorse umane, ma aprendo la banca dati del più raccomandato che è diverso. E così, che da un po’ di tempo, su riviste e magazine capita di leggere articoli che tracciano l’identikit del giovane disoccupato più a rischio di eliminazione da un colloquio, conquista il podio della classifica il classico laureato con 110, specializzato, poliglotta, esperienza all’estero, e buona capacità di adattamento. Quando Alice senza Niente viene pubblicato online il 28 ottobre, io avevo già scritto di Pietro, il suo e-book in meno di 20 ore registra più di 5000 download in 50 diversi Paesi nel mondo. Oggi siamo a oltre 24 mila copie scaricate, e Pietro fa la spola tra un’intervista e l’altra, è stato recensito su quasi tutti i più importanti quotidiani e magazine italiani, e continua a essere chiamato per rilasciare interviste. Sono arrivate anche alcune velate proposte di lavoro da parte di società di web marketing, ma l’altra sera mentre ci chiacchieravo mi ha detto che a breve riprenderà a lavorare per un paio di mesi con il sindacato con cui aveva già lavorato in passato, e che una vera proposta di lavoro, non l’ha ancora ricevuta. Praticamente è passato dallo stato di precario sconosciuto allo stato di precario famoso, ma nonostante la fama, i riconoscimenti, il merito attestato e il talento, fioccano le interviste e gli articoli a mezzo stampa, ma non c’è nessuno che avanzi una vera proposta di collaborazione. Ci toccherà aspettare la prossima campagna elettorale per ascoltare ancora una volta l’affannato proclama dei paladini del “fermiamo la fuga dei cervelli all’estero”.


di Manuela Caserta


Publicato su Fare Futuro Web Magazine il 10 febbraio 2011

venerdì 28 gennaio 2011

Palamara: "Il metodo Mesiano non riuscirà ad intimidirci"

«Il metodo Mesiano non ci intimidirà»: si apre con queste parole la conferenza stampa dell’Associazione Nazionale Magistrati, tenutasi nella sede ufficiale dell’associazione, al sesto piano del palazzaccio a Roma. Un monito lanciato a chiare lettere dal presidente Luca Palamara, che ha immediatamente espresso solidarietà alla collega Boccassini, fatta oggetto di una campagna denigratoria proprio in questi giorni sulle pagine del quotidiano nazionale Il Giornale. Palamara giudica di «una gravità inaudita” l’attacco rivolto alla collega, che precisa, è solo una dei tre procuratori firmatari dell’inchiesta sul Ruby-Gate, che la procura di Milano sta conducendo, ma è diventata oramai da anni, il nemico da abbattere, la toga rossa, il capro espiatorio di tutti i guai giudiziari piovuti sul premier.
«Non ci scalfiranno, ribadiamo con fermezza che il tentativo posto in essere, già lo scorso anno, con riferimento al caso Mesiano, non ci farà arretrare di un millimetro», il presidente dell’Anm ribadisce più volte il concetto con forza, richiamandosi al caso del giudice della procura di Milano, che emise la sentenza Cir-Fininvest. In seguito al processo, Mesiano fu oggetto di un servizio mandato in onda su un programma di Canale 5, in cui il magistrato veniva ripreso durante momenti di vita quotidiana, e nel quale venivano descritti con morbosa curiosità gossippara il colore dei calzini che indossava, e il modo in cui fumava. Fatto che fu deplorato e denunciato come grave ingerenza nella privacy del magistrato, da parte di molte toghe, oltre che dall’Anm e dal presidente della Federazione Nazionale della Stampa.
La requisitoria dell’Anm ha stigmatizzato a lungo la prassi ormai consolidata da parte di certa stampa, di muovere la macchina del fango con il tentativo di delegittimare la credibilità e la serietà di magistrati di lungo corso, attingendo a fatti di vita privata, «finanche tirando fuori fatti di 30 anni or sono che nulla hanno di attinente con le indagini in corso».
L’altro capo d’accusa lanciato durante la conferenza stampa, è stato rivolto contro la propaganda sull’informatizzazione dei tribunali promossa ad inizio anno dal Ministro Brunetta e dal Ministro della giustizia Alfano, «la politica degli annunci, le continue conferenze stampa, del Ministro Alfano e del Ministro Brunetta - afferma Palamara - che pubblicizzano la piena informatizzazione degli uffici giudiziari si scontrano però con la dura realtà, che svelano la triste verità, ci sono uffici senza personale, senza computer e con i nuovi programmi in uso ancora in pochi circondari.-Palamara conclude - purtroppo dobbiamo usare solo una parola, la parola fallimento».
Giudici sul piede di guerra dunque, in trincea, pronti a smentire con dati alla mano uno per uno tutti i criteri su cui si basa la destrutturazione, in atto da parte di questo governo, del sistema giustizia a colpi di decreti legge. Smentito il costo sulle intercettazioni, smentita l’informatizzazione degli uffici giudiziari, e annuncia la pubblicazione di un Libro Bianco in cui redigerà lo stato degli uffici giudiziari in Italia, rendendo noto tutto quello che sul sito del Ministero della Giustizia non viene pubblicato.

di Manuela Caserta
Pubblicato su Fare Futuro Web Magazine il 27.01.2011